Tradizioni

GASTRONOMIA LOCALE
Curujicchji

La cucina locale è molto semplice ma caratterizzata da sapori genuini. Tipici del periodo di Natale sono: “i curujcchi”, ciambelle fritte in olio abbondante, ottenute dall’impasto di farina, lievito, sale, e acqua; “stuaccu cu a vecchja” ovvero stoccafisso in pastella; fichi imbottiti di noci secche e ricoperti di cioccolato. A Pasqua è possibile invece degustare i taralli (biscotti decorati con zuccherini colorati oppure, secondo la tradizione, con le uova). Dolci tipici del Carnevale sono invece “i nacatuli” e la pignolata (palline di pastafrolla fritte e ricoperte di miele). Ancora oggi si usa allevare il maiale e macellarlo prima di Natale o nel periodo di carnevale. L’usanza purtroppo si sta perdendo poiché non rappresenta più, come un tempo, una delle poche risorse alimentari. Gli insaccati, capicollo, salsiccia, soppressata, erano e sono insuperabili in quanto a prelibatezza e genuinità. Dalla carne del maiale si ricava inoltre sanguinaccio e pancetta. Negli uliveti si producono pregiate olive che vengono conservate in diversi modi come in salamoia e schiacciate. Altre prelibatezze gastronomiche sono formaggi, melanzane e zucchine conservate sott’olio, marmellata di uva, more, castagne e fichi, che si usa anche preparare con noci e aromi vari. Vini tipici del posto sono quello di malvasia, di zibibbo e il moscato. Vi era in Acquaro il Signor “Imeneo Micuccio”, che abitava con la sua famiglia in via 4 Novembre e produceva un vino pregiato “zibibbo” conosciuto anche nei paesi vicini. Egli lo spillava in occasione della festa Patronale di San Rocco.

IL MALOCCHIO

Ancora negli anni Cinquanta, non era raro scorgere, appese alla traversa dell’entrata principale delle abitazioni del paese, due corna (di bue, montone, capra o pecora). A questo semplice amuleto si affidavano due compiti: portare fortuna agli abitanti della casa, e proteggerli da eventuali influssi malefici. Infatti, il paesano che si illudeva di doversi guardare solo dai mali naturali, come la peste la fame l’alluvione il terremoto, era un ingenuo. Nemici ben più temibili, perché occulti e proditori, infestavano l’aria. Ad esempio: un ragazzo sano e robusto cadeva improvvisamente malato? Un padre di famiglia cominciava a prendere abitudini viziose? Un giovane si innamorava perdutamente della persona sbagliata? Un bambino perdeva l’appetito, una ragazza diventava malinconica, su una famiglia si abbattevano ripetutamente lutti e sciagure? La prima cosa da chiedersi era se questi soggetti fossero stati colpiti dal malocchio.
Il malocchio, nella credenza popolare, veniva trasmesso da uno sguardo carico d’invidia, di malignità e di ammirazione.
Lodare con stupito incanto la bellezza o la salute di un bambino, essere invidiosi della fortuna altrui, augurare intensamente una disgrazia al proprio avversario, inviare maledizioni a chi ci dà fastidio, chiedere l’aiuto di un esperto per nuocere di nascosto alla persona odiata:
erano tutti mezzi efficaci per colpire lo sfortunato oggetto dei nostri pensieri.
Come difendersi? Ricorrendo a formule e riti magici; oppure, se non siamo all’altezza della situazione, chiedendo l’aiuto dei “maghi”, che oggi sono persone benestanti di città, ma una volta erano donne povere ed anziane del paese.
Il modo più semplice di impedire al male di contagiarci è quello di “spaventare”, sorprendendolo con un grido o un gesto inconsueto, chi sta adocchiando noi o qualche persona a noi cara. Inoltre, se si vede un poveretto (gobbo, storpio, nano, ecc.) è bene non guardarlo e, se lo si è guardato, esclamare subito: “foragabbu!”.
Quando poi si è certi che qualcuno ha ricevuto la magheria, bisogna ricorrere ad operazioni più complesse. I familiari dell’adocchiato preparano un piatto, acqua, olio, sale, una croce, una “lumera” e, se l’ammagato è assente, un suo indumento.
Mentre qualcuno tiene la lumera all’altezza del capo dell’ammalato, il mago versa nell’acqua del sale, quindi tre gocce di olio, avendo cura di accompagnare questi gesti con la recita sommessa di formule magiche e preghiere note solo a lui e custodite gelosamente. Se le gocce d’olio si allargano fino a compenetrarsi, il malocchio non è stato cacciato. Si può comunque ripetere l’operazione altre due volte, ciascuna in giorni diversi. Quando le tre gocce rimangono integre e non si congiungono tra loro, il maleficio è stato vinto.
Talvolta, tuttavia, il malocchio resiste ad ogni assalto. Allora si prepara un braciere e sulla brace si depongono tre rametti di palma benedetta, tre di ulivo e un pò di incenso o zucchero; quindi si porta l’adocchiato in mezzo al fumo che sale dal braciere e, quando sarà notte, si depositerà il braciere al primo incrocio di strade. Si può, se si vuole, sostituire il braciere (pericolo di furto!) con tre pezzetti di ciaramida (tegola) sistemati in punti diversi della strada, ma sempre nei pressi dell’ammalato.
All’alba, i primi frettolosi passanti, vedendo quegli strani focherelli, saranno presi da stupore e tale spontanea meraviglia contribuirà efficacemente alla dissoluzione del malocchio.
Attenti agli scherzi!. Con gli influssi malefici è pericoloso perfino scherzare. Agli inizi degli anni Cinquanta, un gruppetto di fanciulle che frequentavano la maistra (maestra) sarta, per passare il tempo inventarono un gioco: presero la bambola di pezza di una loro compagna assente, e cominciarono a conficcare a turno aghi nella testa. Sembrava un innocente passatempo. Ma il giorno dopo vennero a sapere che la compagna aveva passato un brutto momento: mentre lavorava, cominciò a sentire lancinanti dolori alla testa. Avvertiva delle trafitture, come spade che attraversavano il cervello, e credette di dover morire. Ma, all’improvviso come era venuto, il dolore cessò: proprio nell’istante in cui finito il gioco delle sue lontane amiche!

IL FIDANZAMENTO

Chiedere la mano di una ragazza non era affatto cosa facile nel passato. Intanto le giovani, soprattutto quelle in età da sposare (14-17 anni), stavano rintanate a casa. Si poteva vederle, intente a rammendare sul balcone, madonnine lontane col capo chino ed il volto irradiante una dolce e serena mestizia; oppure sedute sui gradini della soglia di casa e della scala esterna, che immetteva al piano sopraelevato. L’antico detto, infatti, ammoniva: “a vera donna, u sua postìaiu adorna” (la vera donna rimane ad abbellire con la sua costante presenza il gradino di entrata). E si poteva rubare ad esse un fugacissimo sguardo mentre si recavano in chiesa, la domenica o quando, finita la messa, ne uscivano. Se qualche necessità (lavoro sui campi o visita a qualche parente) le induceva fuori, erano sempre accompagnate da un maschio di famiglia.
Restava un solo modo abituale di conoscerla e di farsi conoscere, di rivelare le proprie intenzioni e, insieme, saggiare la condiscendenza di lei e dei familiari: passare ripetutamente davanti alla casa. Se invece il pretendente voleva fare le cose in grande, allora poteva organizzare con amici una “serenata” sotto le finestre: la sua bella, all’interno, avrebbe captato il fuoco che lo divorava e, forse, si sarebbe lasciata segretamente cullare anch’essa dall’onda dei sogni che l’amore detta. Seguiva la richiesta ufficiale: il ragazzo si procurava nu zuccu o grosso pezzo di legno, e lo deponeva di notte davanti alla porta della famiglia; pare fosse consentito (ma le versioni contrastano su questo particolare) apporre sul ceppo un biglietto col proprio nome. All’alba, di corsa, a ricevere la risposta, che era anch’essa mimata e indiretta: se i familiari, scoprendo u zuccu, lo portavano in casa, la risposta era “sì, si può trattare”. Ma poteva verificarsi un rifiuto. In tal caso la madre della ragazza si portava in mezzo alla via ed esclamava a voce alta: “Cu lu mise lu zuccu a la porta, cu lu mise lu pote cacciare ca non aiu fijja da maritare” (Chi ha messo il ciocco davanti alla porta/Chi lo ha messo, lo può togliere/Chè non ho figlia da maritare).
Dopo una quindicina di giorni dall’avvenuto primo “contatto”, la famiglia invitava a casa il promesso sposo, il quale doveva presentarsi insieme ai familiari e portare i doni del fidanzamento: anello d’oro, catenina, fazzoletto con messaggio ricamato che diceva: “Quandu lu suduri t’asciuchi cu stu maccaturi strìngialu o pìattu e ricòrdati di mia” (Quando il sudore ti asciughi con questo fazzoletto/ stringilo al petto e ricordati di me).
I fidanzati sedevano di fronte e si scambiavano i primi sguardi ravvicinati, con qualche imbarazzato sorriso. Se poi la ragazza stava zitta e con gli occhi bassi, meglio ancora: l’eccessiva modestia e docilità costituivano indizi rivelatori di una buona educazione, e garantivano la futura riuscita del matrimonio. Una donna anziana ci ha raccontato, al proposito, che durante la “sua” prima sera, ignara del perché fosse venuta gente in casa, riuscì a vedere del suo ragazzo solo… le scarpe.
Anche in seguito il rapporto si manteneva staccato. Di effusioni sentimentali, carezze, baci, semplice sfiorarsi dei corpi neppure l’ombra. Potevano scatenarsi le ire del padre di lei, se sorprendeva il ragazzo nel furtivo tentativo di allungare un piede, o una mano: queste erano cose, di cui si sarebbe parlato a matrimonio avvenuto. E non era raro che i novelli sposi continuassero a darsi del “voi” per tutta la vita.
Ciò, invece, di cui si parlava con animazione e puntiglio era la definizione della dote: capi di biancheria, casa, terreni, ecc. in tempi nei quali mangiare e vestire ed avere un letto costituivano un grosso problema, non si poteva sorvolare su temi che oggi sembrano di secondaria importanza.
In seguito il rito del fidanzamento venne semplificato. Ad esempio, si introdusse l’uso di mandare il cosiddetto “‘mbasciaturi” o garante a svelare le intenzioni del giovane e ad imbastire i preliminari della dote.
Per la donna, il periodo del fidanzamento, pur con tutte queste restrizioni, rimaneva, di norma, il più bello della sua vita.
Corteggiata dal futuro sposo, rispettata e lodata dai familiari, poteva concedersi qualche innocente desiderio, ed aprire qualche spiraglio ai sogni.
Ma col matrimonio queste timide aperture svanivano, come neve al sole. Riprendeva la vita nei campi, le gravidanze si susseguivano a ritmo serrato, i genitori la abbandonavano completamente allo sposo, che si comportava con lei da marito-padrone. Niente più abiti nuovi o regali, nessuna menzione gentile per onomastici compleanni ricorrenze. Il lavoro, la trascuratezza del corpo del vestito degli ornamenti, l’esigenza di accudire ad una nidiata di figli, trasformavano presto la sua avvenente bellezza in un volto sfiorito e stanco, ed in un comportamento sciatto e sgraziato. Un inverno tetro e rigido calava sui suoi sogni primaverili; ed essa si piegava alla durezza della “sorte”, consolandosi dal fatto che le sue compagne non erano state più fortunate di lei.
Casi eccezionali. Non sempre, però, le cose andavano secondo copione. L’amore si sa, è capriccioso e, soprattutto quando è contrastato, compie azioni imprevedibili. Si racconta di una ragazza che, rifiutava tutte le proposte (“i partiti”) di matrimonio. Un giorno i due fratelli più grandi di lei sono accostati da un giovane, che li sfida a scommettere dieci ducati sulla sua capacità di sedurre la ragazza schizzinosa. Avvenuta la scommessa, il novello “Romeo” si porta sotto la finestra della bella ma sdegnosa fanciulla, ed intona un canto.

Fonte: “Acquaro nella storia e nella tradizione” di Umberto Muratore e Nando Scarmozzino